Una giornata qualunque

miniera di carbone storia

 

“Non si può mangiare né bere per otto ore di fila e neppure fare l’amore, la sola cosa che si può fare per otto ore è lavorare, ed è questa la ragione per cui gli esseri umani rendono così tristi ed infelici se stessi e gli altri.”

William Faulkner

Donbass, Ucraina

Il  31 agosto 1935  verrà ricordato come una notte storica per via del fatto che Alexej Stachanov riuscì ad estrarre 102 tonnellate di carbone durante il suo turno lavorativo, tra gli applausi dei suoi compagni, del popolo, del regime che di questo evento ne fece un cavallo di battaglia per la sua propaganda politica. Venne nominato il miglior operaio del pozzo n°9, “Giuro che estrarrò 28.000 tonnellate sopra la norma”, gridando davanti a decine e decine di operai, ma la realtà e la drammaticità di quei giorni era diversa da quella raccontata dal regime Sovietico.

Un minatore, nelle terre innevate del Donbass racconta la sua vita lavorativa che consisteva nell’estrarre carbone, armato di una pala, un secchiello, un paio di guanti e cappello, per via del gran gelo che avvolgeva quelle terre. Racconta che quando il freddo e la neve sono compagne nel lavoro, riesce ad estrarre un sacco di carbone al giorno e in estate anche tre, se è fortunato.

Prima di entrare in miniera una canzone usciva dalla gola di quegli uomini per farsi coraggio…

“Il lavoro ha reso grande il Paese e quest’epoca,

per le terre vaste e aperte…avanza il popolo degli eroi stacanovisti,

scendono i minatori in lotta per il carbone.

Avanza il popolo degli eroi stacanovisti,

scendono i minatori in lotta per il carbone,

siano tempi di pace o di guerra,

i minatori amano sempre il loro paese.

Avanza il popolo degli eroi stacanovisti, pronto per combattere il nemico.”

Ma la realtà dei fatti quanto è lontana da quella cantata dalle note propagandistiche del regime? In un’intervista raccolta nella miniera, alcuni lavoratori parlano di quei giorni in cui Stachanov passò per eroe. Raccontano di come uno di loro non potrà mai paragonarsi all’eroe del momento, loro non hanno lo stesso entusiasmo, non esiste nella testa lo “scava di più”, per loro, tutto quello che stava accadendo, era solo spettacolo per incentivare l’industria del carbone. Per loro era solo l’entusiasmo del sopravvivere, lavorare per sopravvivere, perché se non lavori muori assiderato…

La giornata iniziava alle prime luci dell’alba e a volte, per scendere nei tunnel a carponi, nel buio e nel gelo di quei posti infernali, l’unica consolazione era quel bicchiere di alcol buttato giù prima di scendere nella bocca della miniera. Il martello inizia a battere, prima con dei colpetti per assaggiare la roccia, per poi diventare sempre più forti.

Ogni giorno la paura era compagna di viaggio per via di quei tunnel sotterranei, a volte bastava che il soffitto cadesse di 10 cm e sarebbe stata la fine per loro e non ci sarebbe stato modo di esser tirati fuori vivi, ma solo dentro un sacco…al posto del carbone. I minatori raccontano che i loro nonni, sempre minatori, chiamavano quei posti “trappole per topi”. Intanto il martello continuava a battere inesorabilmente, colpo su colpo, con solo la luce dell’elmetto ad indicarne la via. Quei tunnel erano anche il posto dove si pranzava, dove si fumava una sigaretta, dove i minatori raccontavano storie, chi della capretta che era morta perché non mangiava più, chi della figlia piccola che a scuola era costretta a stare con il cappotto perché dentro pioveva e l’aula non era riscaldata. La giornata procedeva senza intoppi, alla fine quando uscivano dai tunnel, ad attenderli, non ci stava la casa o la propria famiglia, ma il gelo, i martelli per spezzare i pezzi di carbone più grossi e le pale per caricarli nei sacchi e poi sulle spalle a trasportarli al di là della collina, con i piedi che affondavano, passo dopo passo, nella neve. Ma la giornata terminava e i minatori più fortunati, tornando a casa, trovavano una moglie, un pasto caldo e un bagno, per poi andare a dormire, in attesa che un altro giorno iniziasse. In quel periodo lo Stato non dava né lavoro né salario e molte miniere venivano considerate addirittura illegali, nonostante chi ci lavorasse non lo faceva perché guadagnava tanto da stare bene, ma lo faceva solo e semplicemente per pura sopravvivenza.

In molti erano dell’idea che “sapere è potere” e di certo avrebbero preferito fare l’università, solo per avere una chance. Ma poi a cosa sarebbe servito? Molti di loro avevano un pezzo di carta in mano, ma la pancia della miniera andava comunque riempita e laurea o no, a finirci dentro, erano sempre quelli più poveri, quelli che nonostante tutto, venivano chiamati lavoratori illegali dallo Stato assassino e complice di un sistema corrotto, come quello Sovietico.

Anche le donne all’interno di questo sistema avevano un ruolo, oltre quello di stare a casa ad aspettare il marito, cercando di dare quel poco che avevano da mangiare ai bambini e a chi, tra i più fortunati, possedevano delle caprette. Il loro ruolo non era facile, dovevano trasportare i sacchi pieni di carbone estratto, per un totale di circa due tonnellate al giorno. Ma nella loro testa tanti erano i sogni di diventare chi una ballerina, chi una dottoressa o anche chi sperava di uscire la sera, con il proprio marito, per andare a divertirsi…

Ma la vita continuava, nonostante tutto.

Quando un minatore andava in pensione, la tradizione voleva che si bruciassero i suoi vestiti da lavoro, elmetto, guanti, pantaloni. Era segno di buon auspicio.

——————————–

Enea Rotella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...