La mafia è alla frutta?

mafia frutta

La tavola è il luogo dove ogni giorno milioni di persone consumano i loro pasti e il tutto rappresenta, che vi piaccia o no, uno dei più grandi snodi dell’illegalità all’italiana. Solo per citare qualche esempio possiamo ricordare che un’anguria, appena raccolta, vale circa 10 centesimi per poi esser venduta con un prezzo di quasi 12 volte in più o anche il pomodoro pachino che parte dalla Sicilia per arrivare in Campania per esser ripulito e confezionato per poi far ritorno al mercato di Ragusa e successivamente distribuito in tutta Italia, naturalmente con il prezzo lievitato. Ci sono tanti esempi che possiamo riportare, come ricorda anche A. Pergolizzi di Legambiente che ha denunciato nel 2011 le infiltrazioni mafiose nel settore agroalimentare alla Commissione agricoltura della Camera.

La tavola nasconde sotto i nostri occhi, posto all’interno dei nostri piatti un giro d’affari di oltre 50 miliardi di euro per la mafia, quindi come voce si pone alla pari a quello del traffico di droga, all’usura, commercio o del pizzo sugli appalti. Da Napoli il procuratore aggiunto Cafiero De Raho insieme ad un suo collega, Franco Roberti, parlano di come Cosa Nostra controlla i grossi mercati mentre i Casalesi gestistocono i trasporti della merce su gomma, la ‘Ndrangheta invece si è infiltrata in modo particolare nei mercati del Nord. In Puglia le organizzazioni criminali gestiscono il lavoro degli extracomunitari, circa 27 mila in tutta la regione nel 2008. Certo, quando parliamo di caporalato non possiamo non ricordare i fatti ormai tristemente famosi di Rosarno nel 2010 e la rivolta degli “schiavi“.

Da quando il prodotto nasce dalla terra vi è un’attività di intermediazione che ha come scopo quello di far lievitare i prezzi, portando il contadino all’esasperazione, visto che i suoi di prodotti vengono comprati a pochi centesimi al kg. In questo contesto nasce “Libera” l’associazione antimafia di don Ciotti che tra le tante cose si occupa di regalare i prodotti delle terre confiscate alla mafia, in particolare le terre del clan Arena in Calabria, tra Crotone e Isola Capo Rizzuto. Il clan Schiavone controlla, dal canto suo, tutti i trasporti su gomma e proprio grazie ad una intercettazione telefonica è venuto fuori il nome di Costantino Pagano ovvero colui che gestiva la ditta di trasporti La Paganese. Loro e centinaia di propretari di piccoli tir sono stati arruolati nel corso del tempo per trasportare principalmente l’insalata, prodotto molto leggero, fragole e castagne, come del resto ha confermato il pentito Felice Graziani che procurava alla Paganese la materia prima. Molte volte nei Tir al loro interno, oltre le varie verdure, si potevano trovare, tra le cassette, anche armi e cocaina, altri due settori prolifici per l’attività mafiosa in quelle terre.

In questo mercato i nomi importanti si sprecano, possiamo citare i fratelli Sfraga, referenti di Riina e Provenzano, Matteo Messina Denaro <<il capo dei capi>>, in Sicilia il suo clan oltre a gestire questo importante mercato controlla anche una parte notevole della vita politica dell’isola. A Trapani e provincia Denaro ha addirittura imposto una tassa sui Tir che si aggira sui 50 euro, veicolando anche l’emergenza idrica tra Enna e Agrigento; infatti non dobbiamo dimenticare che la mafia in quelle terre è, tra le tante cose, proprietaria dei pozzi quindi sono loro a portare l’acqua agli agricoltori facendola pagare a livelli altissimi e se a questo aggiungiamo che gli intermediatori tra il prodotto raccolto e la vendita sono per lo più collusi col sistema mafioso, il tutto porta l’agricoltore a vendere le sue terre e il gioco è fatto. Il rapporto “Ecomafia” del 2008 parla chiaro: ogni giorno nel Sud Italia vengono commessi qualcosa come 761 reati legati all’agricoltura, quindi abbiamo estorsioni, controllo dei prezzi, mercati, “mediatori“, furti di animali per il mercato clandestino e anche furti di macchinari agricoli, che poi vengono smontati e rivenduti. Nella grande distribuzione dalle intercettazioni escono i nomi di aziende importanti a livello nazionale e non solo, Carrefour, Gs, Conad, Esselunga, solo per citarne alcuni.

Naturalmente non possiamo dimenticare alcuni prodotti tipici del Centro-Sud come l’aceto balsamico di Modena, infatti l’oro nero è stato venduto come Dop quando in realtà era solamente un derivato e il tutto ha coinvolto circa 20 industrie tra Lazio, Puglia, Toscana e naturalmente Emilia Romagna. Anche le famose mozzarelle di bufala campane sono state vendute come Dop quando in realtà venivano contraffatte con latte proveniente da varie città del Nord. Tra i prodotti possiamo trovare anche il vino di bassa qualità e i tartufi neri provenienti dai paesi dell’Est Europa che in alcuni casi erano addirittura radioattivi, mentre a Mondovì sono stati trovati in una stalla molti bovini denutriti con tanti capi già morti e in avanzato stato di decomposizione e in ultimo come non parlare dell’olio extravergine di oliva, spogliato di ogni suo sapore che è tra i prodotti tipici quello più contraffatto per poi esser esportato anche fuori i nostri confini nazionali.

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Enea Rotella

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