Andrei Chikatilo, il serial killer rosso

Andrei-Chikatilo-serial killerRostov è una città Sovietica distante 1.200 km da Mosca. Economicamente era divisa in due parti, nel centro della città si trovavano le famiglie ricche, palazzi alti ed eleganti, strade tenute bene anche se perennemente sotto la neve. La periferia era di quelle dove il puzzo di benzina era molto forte, grigia, sporca piena di case prefabbricate, meta preferita per profili fuori norma, meta preferita per Andrei Chikatilo.

Nasce negli anni ’30, periodi bui, infernali per quelle terre dove regnava la povertà e la guerra. La Germania aveva invaso e bombardato i confini e il padre di Andrei fu chiamato alle armi, ma già in tenera età fu costretto a fare i conti con la brutalità della natura umana. Il fratellino, all’età di 10 anni, fu vittima di cannibalismo, mangiato vivo dalla gente straziata dalla povertà.

22 Dicembre 1978, Rostov.

Tardo pomeriggio di pieno inverno, il freddo e la neve avvolgevano le strade della città. Le persone tornano a casa dopo una giornata di lavoro e in mezzo alla confusione eccolo lì, un uomo sembra non avere fretta, si guarda intorno finchè qualcosa attira la sua attenzione. Era una ragazzina, sola, infreddolita, l’uomo si avvicina, scherza, sorride e dopo poche battute la invita a casa sua per scaldarsi. Quelli erano periodi bui, dove vagabondi, prostitute, gente disperata si vendeva per pochi soldi o per un bicchiere di vodka, la ragazzina lo segue, ignara di aver preso la strada che l’avrebbe condotta verso la morte. I due arrivano in una baracca in periferia. Andrei aveva comprato questa struttura per soddisfare le sue ambizioni sessuali, per dar sfogo alle sue più profonde perversioni, lontano da occhi indiscreti, dalla famiglia e dal mondo accademico. Lui era un professore stimato nel suo ambiente anche se i suoi alunni lo schernivano con soprannomi come “oca” o “finocchio”, per il suo modo di parlare. Intanto i due arrivano nei pressi della baracca e varcata la soglia il carnefice non perde tempo, lei sarà la prima vittima di 53 corpi violentati e uccisi. Quella sera Andrei prima la strangola, poi con un coltello ben affilato inizia a pugnalarla per tutto il corpo, dedicandosi in modo particolare nella zona degli occhi e solo alla fine, la metterà in un sacco bianco per poi gettarla nel fiume che scorreva vicino. Ma un errore compie quella notte, lascia la luce accesa. Quando gli agenti trovarono il corpo della ragazza, iniziarono a pattugliare la zona, venendo a conoscenza della baracca e di Andrei, ma lui ha un alibi di ferro, la moglie sosterrà la tesi che loro si trovavano insieme a casa quella notte. Verrà interrogato nove volte ma i sospetti cadono come birilli e gli agenti lo lasciarono andare. Per quell’omicidio, 6 anni più tardi, verrà condannato a morte un innocente, ma questa è un’altra storia.

Quelli erano periodi in cui se un cittadino avesse detto “abbasso l’Unione Sovietica” sarebbe stato trovato e condannato in pochi giorni, ma i casi di omicidio non erano una priorità nelle ricerche della soluzione da parte del regime, soprattutto se consideriamo il fatto che si trattava di gente povera.

Intanto la scuola lo costringe a rassegnare le dimissioni, ma ben presto troverà un altro lavoro che lo porterà a viaggiare per il paese dandogli un vantaggio, la libertà di movimento. Gli omicidi continuarono e tante donne e ragazzine iniziarono a cadere, una a una ma il fatto particolare è che tutte le sue vittime avevano ferite da coltello intorno agli occhi. Era un rituale che gli dava un certo grado di sicurezza, il gesto era carico di significati infatti, gli dava un controllo visivo, sessuale. Un giorno accoltellò un bambino di 10 anni per ben 50 volte nella zona degli occhi e prima ancora uccise una ragazza di 19 anni e una di 9. Era un pazzo sadico che non riceveva piacere dalla morte, ma dalla sofferenza della vittima prescelta. Molti psichiatri sostenero la tesi che lui avesse subito una scissione forte con il suo io, “come se la mano destra non sapesse quello che faceva la sinistra.”

Gli elementi scatenanti furono svariati, il fatto che la moglie avesse abortito a sua insaputa ma anche, o soprattutto, il fatto che lui fosse impotente.

Un giorno soleggiato, durante una camminata lungo il fiume vide una ragazzina che faceva il bagno. Non resiste, la segue, coperto dai cespugli la osserva e dopo pochi attimi si avvicina, vuole toccarla, l’impulso ormai aveva preso il sopravvento, ma si dovette fermare, gli amici di lei stavano arrivando e lei si salvò. Le vittime intanto aumentavano e il governo decise di aumentare il suo impegno nella ricerca del “Macellaio di Rostov”, con questo nome verrà ricordato dalla stampa. Il governo centrale mise a disposizione l’esercito avviando quindi l’operazione “Sentiero nel bosco”. Vengono interrogate e schedate più di 25.000 persone, ma c’è un problema, in tutto questo la mano del killer continua a mietere vittime innocenti. Intanto i giornali ancora non diffondono la notizia.

Il primo e vero passo falso di Chikatilo fu dentro una stazione ferroviaria. Quel giorno cercò disperatamente la sua vittima. Giornata apparentemente tranquilla quella, la stazione era piena di passeggeri e come un’ombra, Andrei, cercò senza fortuna di convincere una ragazza a seguirlo, la strattona con rabbia e frustazione, fin quando si fa notare da un agente in borghese che lo ferma e mostrandogli il distintivo lo convince ad aprire la sua borsa. Dentro troverà una corda, un barattolo di vasellina e un coltello con una lama da 20 cm. L’agente lo porta direttamente in prigione, dove verranno fatti dei test incrociati tra il suo sangue e il liquido seminale trovato sul corpo delle vittime. Le due tracce, per sua grande fortuna, non coincideranno e per le forze dell’ordine è una sconfitta, sicuri di aver preso il Macellaio di Rostov. Solamente qualche anno dopo, in Giappone, verrà portato a termine una ricerca che evidenzierà il fatto che non è sempre detto che il liquido seminale e il sangue debbano coincidere. La ricerca porterà alla luce che i casi in cui accade sono rari, ma esistenti.

Qualche tempo dopo Andrei troverà lavoro lontano da occhi indiscreti. Un giorno, uscito da lavoro, viene fermato da un agente che passava per caso e vedendolo con del sangue sulla guancia e con un dito tagliato coperto da una garza imbevuta di sangue, chiede i documenti. Ma risulta tutto normale, l’agente tornanto nel suo ufficio scrive il rapporto della giornata. Una settimana dopo, in quella zona, verrà trovato il corpo mutilato di una ragazza di 20 anni. Dopo qualche giorno, tre poliziotti in borghese fermeranno Andrei davanti ad un bar, portato in cella, dopo poco tempo, confesserà tutti i suoi crimini.

Il processo inizia e in un’aula gremita dai parenti delle vittime, il giudice, lo condannerà alla pena di morte. Verrà giustiziato con un colpo di pistola alla nuca.

 

“Io non credo in nessun Dio veramente pensante che prenda nota di ogni caduta, di ogni uccello in Australia o ogni insetto in India. un Dio che registra tutti i nostri peccati in un librone d’oro e ci giudica quando moriamo. non voglio credere in un Dio che crea volontariamente persone cattive e poi volontariamente le spedisca ad arrostire nell’inferno che ha creato lui, questo no. Però credo che ci debba essere…qualcosa.”

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Enea Rotella

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